Uscire dall’ipocrisia dell’uso tecnico e restituire identità alla cannabis italiana

By / 30th giugno, 2018 / Blog / No Comments

Ad Ancona e Macerata la Questura predispone la chiusura e il sequestro di grow shop sui quali sono in corso accertamenti, mentre a Firenze arrivano le prime multe ai titolari di altrettanti punti vendita di “cannabis light” presenti nella provincia. Sono i primi effetti del pronunciamento del Consiglio Superiore di Sanità che ha detto “no” alla libera vendita perchè anche infiorescenze con basso contenuto di THC “possono risultare potenzialmente pericolose per la salute”. Dubbi e incertezze si addensano sul futuro dei tanti negozi che hanno aperto in questi mesi in tutta Italia, dalla Lombardia alla Romagna fino all’Umbria. E questo nonostante il Ministro della Salute abbia rassicurato che non c’è alcuna intenzione di chiudere i grow shop, casomai di regolamentarli.

Qual è il parere di Hesalis che lo scorso settembre aveva preso una posizione piuttosto critica a proposito di “cannabis legale e marijuana light” ?

Si tratta di un allarme dovuto al fatto che le parole “marijuana” e “legalità” messe insieme fanno notizia. Però finalmente c’è il tentativo di uscire dall’ipocrisia del prodotto “ornamentale” o “tecnico”. E’ ora di ammettere che la gente compra quel prodotto per fumarlo e quindi deve essere tutelata. L’allarme del CSS lo vediamo più come una richiesta di tutela.

Questa richiesta a chi è stata fatta? Chi saranno i protagonisti che influenzeranno queste decisioni?

Da una parte ci sono le grandi aziende sementiere che hanno interesse affinchè in Italia si continui a coltivare prodotti da seme. Dall’altra ci sono le aziende che distribuiscono Cannabis ormai da tutto il mondo (Francia, Olanda, Usa, Svizzera) che vogliono continuare la vendita liberamente.

Nell’articolo dello scorso settembre dicevate che “il modo più sbagliato di assumere cannabis è con la combustione” e che bisognava diffidare dalla commercializzazione selvaggia che “cannabis legale e marijuana light” stavano portando.

Non è sbagliato il concetto della vendita controllata, regolamentata e libera. E’ sbagliato il concetto della definizione “light” perchè presuppone una sostanza depotenziata quando in realtà la potenza della Cannabis non è solo nel THC che è stato scoperto negli anni ’60 ma anche nella fibra, nel seme e negli altri cannabinoidi come il CBD che è un potente anti-tumorale. Noi diciamo questo: facciamo chiarezza, regolamentiamo in modo giusto, equo e innovativo.

Che ruolo può giocare l’Italia in questa partita?

Il problema del mercato italiano oggi è la commercializzazione del fiore senza destinazione d’uso e l’assenza di regolamentazioni sulla produzione, ovvero dove e come il fiore viene prodotto. Non è necessario applicare una normativa troppo restrittiva tagliando fuori piccoli canapicoltori. Del resto la legge 242 è stata emanata per la promozione della canapicoltura italiana. Nè tantomeno crediamo sia utile commercializzare prodotti che vengono dall’estero, da paesi come la Svizzera ad esempio che non fa parte dell’Unione Europa e da cui provengono prodotti di qualità evidentemente superiore ai nostri fiori che siamo obbligati a fare dalle 64 genetiche certificate dell’UE. Di fatto il canapicoltore italiano non esiste, esiste il distributore italiano che veicola il prodotto svizzero.

Come risolvere la questione del limite di TCH che varia da paese a paese?

Regolamentando il limite del prodotto finito. Il prodotto italiano che ha lo 0,2% di TCH non si vende come quello svizzero che è allo 0,6%. L’ideale sarebbe l’1% di THC per tutto il mondo, in modo che tutti i coltivatori possano lavorare tranquillamente e fare lo stesso prodotto attraverso regole che non prevedano monopolio ma solo tutela della produzione canapicola, del produttore e del consumatore. E questo è già materia di attenzione per il Food and Drug Administration e per il Consiglio Superiore della Sanità. Il 99% di questi prodotti vengono acquistati per essere fumati ma il più delle volte il consumatore non conosce la reale provenienza del prodotto che spesso viene importato e ricartellinato illegalmente.

Ci può essere libertà nella selezione genetica e nella caratterizzazione di un fiore tipicamente italiano, attraverso l’utilizzo non solo di 64 genetiche ma di tutte quelle genetiche che rientrano nei limiti del THC?

Il mercato lo scorso anno valeva 3 milioni di euro, mentre oggi vale 41 milioni in Italia e 31 miliardi di dollari nel mondo, con una crescita stimata del 60% all’anno fino al 2022. Questo settore rappresenta una parte portante dell’Agritech e può diventare davvero il simbolo della rinascita economica dell’Italia. C’è però bisogno che associazioni, gruppi e consorzi facciano sentire la loro voce. Il canapicolture italiano deve poter coltivare liberamente la stessa varietà che si fa in altri paesi. Prodotti adeguati per il consumatore si garantiscono attraverso licenze di produzione e la regolamentazione del limite di THC. Gli investitori devono percepire la sicurezza di un mercato forte. Solo così si potrà arrivare al totale efficientamento di un mercato che non possiamo lasciare in mano a multinazionali e speculatori.

Questione talee. Cosa vogliono i mercati: varietà, costanza o standardizzazione?

I processi di trasformazione del prodotto alimentare per uso umano richiedono facilità di replicazione, inoltre per lavorare sulla produzione di seme è fondamentale avere genotipi e fenotipi adeguati. In Italia invece abbiamo creato un mercato e subito dopo lo abbiamo depersonalizzato. Il canapicoltore italiano non riesce a garantire la stabilità del suo prodotto e di conseguenza l’identità del fiore si allontana. Va restituita identità e all’agricoltore la possibilità di selezionare il proprio prodotto e replicarlo secondo norme fitosanitarie, florovivaistiche e destinazioni d’uso regolamentate.


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